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Mi si è incastrato lo swing

Ciao e bentrovato,

Oggi voglio condividere con te un’esperienza che ho vissuto di recente e che, in modo del tutto inaspettato, mi ha fatto ricordare, per l’ennesima volta, come funziona la nostra mente in campo e come ottenere risultati diversi quando le cose non ci riescono.

Prima di raccontarti cosa mi è successo voglio che tu sappia che per conoscere e gestire efficacemente la tua mente nel golf è necessario sperimentare le sue interferenze con continuità in campo e disporre di un metodo da mettere in pratica con disciplina.

È sicuramente utile sapere come funziona la mente, è il punto di partenza necessario, allo stesso tempo non è sufficiente. Devi ricordarti che è fondamentale vivere e sperimentare pensieri ed emozioni indesiderate, scomode per allenarti a gestirle e uscirne fuori con successo.

Alla luce di questo devi sapere che io prendo impegno regolare non solo nell’affiancare i miei clienti golfisti nel loro percorso di sviluppo mentale, ma anche nel mettermi in gioco personalmente per sperimentare e gestire la mia mente in campo.

Questo mi permette di essere molto più efficace con i golfisti che seguo, anticipando le loro sfide mentali e proponendo, se necessario, stimoli e soluzioni personalizzate. Ora veniamo a cosa mi è accaduto.

QUANDO IL TUO SWING E’ LETTERALMENTE INCASTRATO

La settimana scorsa alla vigilia delle restrizioni che hanno portato alla chiusura dei Circoli di golf nella mia provincia, ho fatto una lezione di golf col mio maestro di fiducia. Abbiamo ripreso alcune pratiche che già stavamo portando avanti.

Non è mia intenzione entrare nello specifico degli esercizi che stavo eseguendo, semplicemente stavo allenando la mia capacità di ruotare il bacino nella fase di downswing e di sentire il bastone “più dall’interno”.

Nonostante tutta la mia buona volontà, le mie abilità di gestire situazioni scomode e l’esperienza del mio maestro, la qualità dei miei colpi era veramente bassa. Su due cesti di palle avrò tirato cinque palle decenti e non una di più. Mi ero letteralmente incastrato.

LA VOCINA E LA SVOLTA

A circa 20 minuti dalla fine della lezione una vocina dentro di me mi ha detto di staccare da quel setting e ho proposto al maestro di andare in campo e fare due buche. Apparentemente una richiesta poco sensata: se stai tirando “pallacce” da quaranta minuti cosa pensi che possa succedere in campo?

Sono salito sul tee della uno del Casalunga Golf Club che, per chi non la conoscesse, è la buca più difficile del campo con un dogleg a sinistra di 360 metri circa con fuori limite a destra e a sinistra.

Dopo un breve consulto col maestro ho deciso di usare il ferro 5 – che tiravo fuori dalla sacca per la prima volta quel pomeriggio! – e ho mirato a centro fairway. Ho eseguito la routine che ho creato appositamente sulla base del mio metodo e ho preso lo stance.

Con sorpresa del maestro, ne è uscito un colpo dritto, preciso con un bel volo di palla che ha viaggiato per circa 150 metri per poi fermarsi in centro fairway. Ricevuti i complimenti del maestro abbiamo raggiunto la palla.

Da qui ho scelto il ferro 7 con l’intenzione di sorvolare un bunker a circa 80 metri davanti a me per posizionarmi in fairway a un centinaio di metri dal green. Anche qui una volta eseguita la routine del mio metodo, ho preso lo stance e ne è uscito un leggero slice, molto utile comunque, che ha sostanzialmente rispettato la mia intenzione iniziale.

Il telemetro a questo punto segnava 94 metri alla bandiera. Ho optato per un ferro 9 tirato a tre quarti e questa volta ho sentito l’impatto migliore della giornata sulla faccia del bastone e la palla ha volato dritta verso la bandiera aprendosi leggermente a destra verso la fine del volo di qualche metro e terminando a cinque metri in linea con la buca.

Il maestro stesso durante il volo della palla ha manifestato il suo apprezzamento. Insomma, mi trovavo in green a cinque metri dalla buca, risultato che non avevo mai ottenuto in quella buca, con una qualità di colpi, per il mio livello, molto alta e per giunta inimmaginata vista la pratica precedente.

Siamo poi passati a un par tre corto (115 metri circa) vicino al green della uno dove mi sono trovato di fronte al tee forse più complicato per i miei gusti. C’era una specie di schiena d’asino stretta ed accentuata sul battitore che mi costringeva ad addressarmi con la palla decisamente più alta dei piedi o molto più bassa. Un delirio!

Un po’ infastidito ho preso fuori il ferro 7 con l’intenzione di giocarlo a tre quarti. Ne è uscito un colpo un po’ flappato, tuttavia l’impronta della faccia del bastone sul terreno era ben diretta verso la bandiera, i fianchi hanno rotato e la palla è rimasta corta rispetto ad inizio green di una decina di metri.

Per me un colpo estremamente utile vista anche la sensazione iniziale sul tee. Ho tirato un primo approccio toppando la palla e un secondo ben colpito che mi ha permesso di metterla in green a circa 8 metri dalla bandiera.

Non ho puttato perché non avevo toccato il putter quel pomeriggio. Ho raccolto la palla, ho messo il ferro in sacca e mi sono diretto all’uscita con una sensazione di pienezza, appagamento e gratificazione per l’esperienza.

SETTING E ROUTINE PRE COLPO

Nel riconsiderare dentro di me cosa fosse accaduto mi sono reso conto nuovamente, in quanto già cognitivamente lo sapevo, di come funziona la nostra mente, il nostro corpo e di come sia possibile risolvere certi momenti di empasse.

In campo pratica mi stavo portando dietro degli schemi motori e delle abitudini mentali che non mi stavano permettendo di ottenere il tipo di prestazione che perseguivo.

È bastato cambiare setting, abbandonare quella postazione per resettare dentro di me pensieri ed emozioni non funzionali. Non sempre è possibile farlo – in gara per esempio -, ma se stai praticando ricordati di farlo!

Ma c’è dell’altro. Durante tutti i primi 40 minuti di pratica ho tirato due cesti di palle con calma e concentrazione ma senza mai connettermi con lo stato dell’essere che mi serviva per esprimere lo swing che cercavo.

Avere invece di fronte un “colpo secco” e non una serie di “colpi indistinti” e accedere allo stato dell’essere pre-colpo tramite la routine è stato ciò che ha permesso al mio corpo di esprime tre colpi consecutivi di assoluta qualità rispetto al mio livello di gioco.

In quel caso specifico ho scelto la fluidità come stato dell’essere da esprimere. Ho sentito e messo a fuoco dentro di me che ciò che desideravo sperimentare era una assenza di pensieri sulla tecnica e un ritmo naturale e fluente, lasciando un’altra parte di me guidare la danza dello swing.

Forse che quei tre colpi consecutivi sulla buca uno siano state tre casualità? Assolutamente no, in altre occasioni ero stato in grado di esprimerli, facevano e fanno già parte del mio bagaglio di swing solo che per manifestarli avevo bisogno di entrare in quello che io chiamo stato di attivazione ottimale.

Come scrivo nel mio libro Golfista Vincente a pagina 119:

“Poiché l’obiettivo ultimo del mio metodo è consentirti di accedere al tuo stato di attivazione ottimale, con lo scopo di metterti nella condizione di esprimere i tuoi score più bassi in gara e salire sul tee con sicurezza e disinvoltura, è di fondamentale importanza sviluppare in te la capacità di gestire al meglio la pressione derivante dai “momenti che contano”.

So di per certo che è quello che capita anche a te quando riesci a manifestare il tuo miglior golf. Semplicemente ti capita, a volte, e non sei in grado di farlo capitare intenzionalmente.

Ecco, il mio metodo Golfista Vincente ha come obiettivo far accadere quella magia con intenzionalità.

Se desideri saperne di più sul mio metodo leggi gli articoli del mio Blog a questo link.

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Swing your mind!

Andrea Falleri

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